Ennesima vittoria del multilinguismo nell’Unione Europea

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea con sede a Lussemburgo ha accolto oggi un ricorso dell’Italia, che chiedeva l’annullamento di alcuni bandi di concorso emanati dalle istituzioni europee nel 2008-2009 in quanto pubblicati integralmente solo in inglese, francese e tedesco. Come riportato dal Sole 24 Ore, il ricorso è stato accolto poiché la mancanza di una versione del bando in lingua italiana causava una “disparità di trattamento” tra i candidati.

Anche se in questo caso l’esito dei concorsi sotto accusa non sarà modificato, questa sentenza sottolinea ancora una volta l’importanza del principio del multilinguismo poiché  garanzia della parità di diritti dei cittadini dell’Unione Europea. La lingua è potere e se un cittadino italiano (o di un altro Stato Membro dell’UE) si vede privato della possibilità di utilizzare la propria lingua per competere ad un concorso pubblico, per comunicare con le istituzioni europee o per controllare il lavoro svolto dai propri rappresentanti, vuol dire che oltre ad essere calpestato il principio del multilinguismo, viene meno anche uno dei pilastri dell’architettura europea, la democrazia, poiché quel cittadino verrà automaticamente penalizzato solo perché è nato in un Paese la cui lingua ufficiale non è l’inglese, il francese o il tedesco.

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Difendiamo la lingua inglese!

Oggi tutti o quasi sostengono di parlare fluentemente l’inglese, ma ne siamo proprio sicuri? E’ capitato anche a voi di leggere curricula in cui veniva indicato nelle abilità linguistiche un livello di inglese eccellente, per poi vedere che il presunto profondo conoscitore della lingua di Shakespeare riuscisse a stento a terminare una frase?

Quante volte durante conferenze o incontri pubblici abbiamo incontrato oratori di madrelingua non inglese che preferivano esprimersi nel loro inglese stentato piuttosto che servirsi del supporto dell’interprete, chiamato appositamente per questo scopo? Secondo me questa è una sindrome molto italiana, ma leggendo quanto scrive Jean Quatremer sul suo popolare blog Coulisses de Bruxelles, sembrerebbe che siano stati contagiati anche i nostri cugini d’oltralpe.

I risultati di questa mania di usare per forza l’inglese anche quando non è necessario sono vari. Oltre al conseguente impoverimento e alla perdita di prestigio della propria lingua, a volte ne deriva una mancanza di comprensione, mentre altre volte le conseguenze diventano esilaranti (guardate queste fotografie di persone che indossano magliette con scritte in simil-inglese).

I più audaci, poi, sono talmente convinti del loro talento in inglese che si spingono persino a improvvisarsi interpreti. A questo proposito rimane insuperabile per orrore l’intervista di Robert De Niro a Sanremo con l'”interprete” Elisabetta Canalis, qui commentata da uno dei migliori interpreti italiani, Paolo Maria Noseda.

La tortura inflitta alla lingua inglese, tuttavia, varca persino la soglia del tempio dell’interpretazione: le istituzioni dell’Unione Europea, tanto che la Direzione Generale Traduzione della Corte dei Conti è arrivata a stilare una lista di termini utilizzati erroneamente nei documenti ufficiali dell’Unione europea in lingua inglese.

Sono certa che i miei compagni di studi della Scuola per Interpreti e Traduttori di Forlì concorderanno sul fatto che la somiglianza tra questa lista e quella delle parole vietate dall’impareggiabile Chris Garwood, professore di interpretazione simultanea e consecutiva verso l’inglese, è notevole.

Ennesimo attacco al principio del multilinguismo nell’UE

Foto: europa.eu

Foto: europa.eu

Torna alla ribalta, puntuale come un orologio svizzero, la polemica sui costi dei servizi di traduzione ed interpretazione presso le istituzioni europee. Come rivela un articolo pubblicato da The Guardian (qui nella versione italiana tradotta da Presseurop), per l’ennesima volta, non sapendo dove tagliare, qualcuno ha avanzato la proposta di rendere l’inglese l’unica lingua ufficiale, invece delle attuali 23 e dall’1 luglio 24, con l’adesione della Croazia.

Ho già espresso in passato la mia opinione nei confronti di questo tipo di proposte. Ora vorrei solo limitarmi a dire che se un giorno questa riforma andasse in porto, ammesso e non concesso che la comunicazione fra i nostri rappresentanti alle istituzioni UE fosse ancora possibile, sarebbe estremamente antidemocratica, in quanto i cittadini comunitari che non parlano l’inglese non potrebbero controllare l’operato dei rappresentanti da loro eletti.

Il motto “Uniti nella diversità” non è stato scelto a caso e se il principio del multilinguismo venisse sacrificato sull’altare della crisi economica,  crollerebbe uno dei pilastri del concetto stesso di Unione Europea.

I diplomatici italiani fanno a meno degli interpreti

C’è bisogno di tagli? Detto fatto; si taglia sugli interpreti! Il Fatto Quotidiano ci dice che il servizio di interpretazione in lingua italiana al Consiglio dei Ministri dell’Unione Europea sarà mantenuto solo per le riunioni di alto livello, mentre per quelle tecniche sarà eliminato.

Mettendo da parte i problemi di comunicazione che da questa decisione potrebbero derivare ed il risparmio minimo che si otterrà, mi limito a constatare che questo è l’ennesimo esempio della miopia che pervade non solo la politica, ma purtroppo a volte anche la mentalità italiana, soprattutto quando si parla di patrimonio culturale.

D’altronde l’Italia è lo stesso Paese che, pur avendo una lingua con cui sono state scritte alcune delle più importanti opere a livello mondiale, non fa che cedere terreno all’inglese (e se ne vanta). Che cos’ha il week end più del fine settimana? Il sandwich è forse più buono del panino? E un drink è forse meglio di una bibita? (Sarò esagerata, ma dopo aver letto qualche giorno fa in un locale della mia città “Pizzeria ristorante always open” penso di aver raggiunto il limite della sopportazione).

Per rimanere vive le lingue devono essere utilizzate (possibilmente correttamente), ancora meglio se in contesti internazionali come l’Unione Europea, nei quali è possibile accrescere il prestigio della lingua e, di conseguenza, accrescere l’influenza del Paese che la parla.

I Parlamentari tedeschi bocciano i traduttori dell’Unione Europea

Ecco il genere di articoli che mi allietano la giornata. Pare che i parlamentari tedeschi del Bundestag abbiano rispedito al mittente alcuni documenti tradotti in tedesco dai traduttori dell’Unione Europea. Questa decisione sarebbe stata presa perché la qualità della traduzione era talmente scarsa da porre veri e propri problemi di comprensione. Di conseguenza, i lavori di alcune commissioni del Parlamento tedesco sono stati rallentati.

Questa è l’ennesima dimostrazione di quanto sia fondamentale il lavoro degli interpreti e dei traduttori, e di conseguenza, di quanto sia importante investire per avere la garanzia di una buona qualità dei servizi. Ed invece nella mia esperienza, purtroppo, ho dovuto troppe volte constatare che spesso interpreti e traduttori sono visti come un elemento accessorio. Per semplificare (ma neanche troppo) la linea è: “Sei un’interprete laureata? No, non ho bisogno dei tuoi servizi. Ho mia cugina che è diplomata al liceo linguistico!”.

Vale molto più di qualsiasi racconto di esperienza personale l’illuminante insegnamento della mia professoressa di interpretazione francese – italiano all’università, l’inimitabile Monica Meneghel che, a proposito di un convegno durante il quale forniva da qualche anno i suoi servizi, ci disse: “Quest’anno hanno deciso di rinunciare al servizio di interpretazione perché dovendo tagliare, tra gli interpreti e le ballerine di salsa, che hanno lo stesso costo, hanno scelto di pagare le ballerine di salsa”. Avete voluto le ballerine di salsa, ora ballate!