La rivoluzione linguistica dei matrimoni omosessuali

Foto: stuffpoint.com

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Esattamente un mese fa negli Stati Uniti la storia dei diritti umani ha tagliato uno storico traguardo: con l’abrogazione del Defense of Marriage Act (DOMA) finalmente alle coppie omosessuali che contraggono matrimonio vengono riconosciuti gli stessi diritti delle coppie eterosessuali.

Su questo importante evento, il mio carissimo amico Lorenzo ha scritto un bellissimo articolo (Lo voglio: il sì americano alla coppie gay e la storia che cambia) pubblicato sul Diario di Adamo di “Vanity Fair” in cui, oltre ad offrire la sua riflessione sull’evoluzione della storia dei diritti degli omosessuali, si sofferma anche sulle trasformazioni linguistiche legate al riconoscimento dei matrimoni tra coppie omosessuali, invitando i parlanti delle lingue romanze a snobbare l’utilizzo del vocabolo inglese “partner” ed ad adottare “moglie” e “marito”.

Questo invito mi ha fatto riflettere sul fatto che ad essere ancora impreparate alle evoluzioni sociali in corso non sembrano essere solamente le persone, ma anche le lingue. Da questo punto di vista, ad esempio, lo slovacco non è un’eccezione poiché la possibilità che esista un matrimonio tra due persone dello stesso sesso non è linguisticamente prevista.

Sposarsi si dice in due modi: vydať sa per le donne (letteralmente “darsi” da dať, “dare”) e oženiť sa per gli uomini (simile ad “ammogliarsi”, da žena, “donna”), dunque una donna sposata è vydatá mentre un uomo sposato è ženatý. Nel caso di coppie omosessuali, ciascuna delle due mogli non si può definire vydatá e ciascuno dei due mariti non sarà ženatý.

L’unico modo in cui si può dire in slovacco che due persone dello stesso sesso contraggono matrimonio è usando il verbo zobrať sa, letteralmente “prendersi” o “cominciare a camminare insieme”.

A questo punto non resta che aspettare e vedere chi sarà più veloce ad adattarsi alle ultime evoluzioni della società: le lingue o chi le parla?