La traduzione letteraria su France Culture

Come credo la maggior parte degli interpreti e traduttori, o più in generale, come tutti gli appassionati di lingue straniere, amo ascoltare la radio nelle lingue che conosco. Oltre che tenere sempre in esercizio le lingue che si studiano o si conoscono, ascoltare la radio permette di imparare moltissime cose in ogni campo e, altro vantaggio non indifferente, permette di farlo nei cosiddetti “momenti morti”, nel mio caso tipicamente mentre vado a lavorare o quando viaggio.

Per me il modo più pratico per ascoltare la radio è attraverso l’abbonamento gratuito ai podcast, così da ricevere automaticamete i nuovi episodi delle trasmissioni alle quali sono abbonata non appena vengono messi in rete.

Tout-un-mondeTra i vari podcast ai quali sono abbonata, uno dei miei preferiti tra quelli in francese è “Tout Un Monde”. I temi di questo interessantissimo programma settimanale di France Culture sono sintetizzati egregiamente nel sottotitolo della trasmissione “Le magazine des culture et des identités en mouvement”.

Vorrei segnalare in particolare la trasmissione del 29 gennaio, intitolata “Traduire, l’atelier des langues partagées”, dedicata alla traduzione letteraria. Durante il programma intervengono varie personalità attive nell’ambito della traduzione letteraria, in particolare, oltre a traduttori, anche docenti ed editori, che affrontano temi cruciali quali lo status dei traduttori letterari, i vari tipi di formazione e la questione della qualità.

Ecco il link al programma

La lingua della musica

La musica è senza dubbio una delle poche cose in grado di abbattere le barriere culturali e linguistiche che separano i popoli del nostro pianeta. Non sempre i risultati di questo potere di valicare i confini sono positivi, si veda ad esempio il successo universale della hit coreana Gnam Gnam style, ma molto spesso grazie alla musica è possibile entrare in contatto con culture geograficamente molto distanti.

Tuttavia, anche se la lingua della musica è universale, le note musicali vengono lette in maniera diversa a seconda dei paesi. In Italia ed in Francia prendono i nomi DO RE MI FA SOL LA SI, dalle sillabe iniziali dei primi versetti dell’inno gregoriano Ut queant laxis:

« Ut queant laxis
Resonare fibris
Mira gestorum
Famuli tuorum
Solve polluti
Labii reatum,
Sancte Iohannes
 »

Ossia: affinché i tuoi servi possano cantare con voci libere le meraviglie delle tue azioni, cancella il peccato, o santo Giovanni, dalle loro labbra indegne. La nota SI deriva dalle iniziali di Sancte Iohannes e la nota DO, da Dominus, sostituisce l’UT, ritenuta troppo difficile da pronunciare.

Nel resto del mondo invece, le note si chiamano A B C D E F G. In Slovacchia, però, al posto della B c’è la lettera H. Convertire le note da un sistema all’altro è molto semplice: bisogna mantenere lo stesso ordine e ricordarsi che la lettera A corrisponde al LA, dunque:

A = LA, B (o H) = SI, C = DO, D = RE, E = MI, F = FA, G = SOL

Se tradurre fosse sempre così immediato, per gli interpreti e i traduttori la vita sarebbe molto più facile 😉

Grazie a Valerio per avermi fatto venire l’idea di questo post

Sì o no?

Quando si impara una lingua straniera, tra le prime parole che si imparano ci sono sicuramente e no. Se in alcune lingue l’apprendimento di queste parole fondamentali non desta particolari difficoltà, come ad esempio in inglese dove yes vuol dire e no vuol dire no, ce ne sono altre in cui la questione è un po’ più complicata.

ImagePensiamo ad esempio al francese: per anni gli studenti credono di avere la verità in tasca pensando erroneamente che sia sufficiente sapere che per dire si dice oui e per dire no si dice non. E’ bruciante la delusione quando si accorgono che oltre a oui e non esiste anche si, che vuol dire anch’esso , ma si usa in risposta ad una domanda in forma negativa. Ad esempio, se qualcuno mi chiedesse: “Tu n’es pas italienne?” in buon francese io dovrei rispondere “Si, je suis italienne”.

ImageIn slovacco le cose si complicano ancora di più perché, se è vero che si dice ano e no si dice nie, è anche vero che nella lingua parlata è comunissimo l’utilizzo di no, che non è una negazione, ma un’abbreviazione di ano, quindi vuol dire . Inoltre, per dire , gli slovacchi utilizzano anche hej. Ultimo tassello del puzzle: quando i bambini fanno qualche marachella,  i genitori per far capire loro che quello che fanno non va bene dicono “no no no!”. C’è da perdersi, no?

L’oscar del sì e no però, va senza dubbio alla lingua bulgara. si dice da e no si dice nie, peccato però che il gesto che accompagna il da è un movimento della testa in senso orizzontale (esattamente quello che facciamo in Italia per dire no), mentre il nie è accompagnato da un movimento verticale della testa prima verso l’alto e poi verso il basso (ossia molto simile a quello che facciamo in Italia per dire sì). Che dire, il mondo è bello perché è vario.

Per gli amanti della lingua francese

Girando in rete ho scovato questo post pieno di curiosità riguardanti la lingua francese che sicuramente interesserà tutti i colleghi francesisti.

Al di là delle varie cifre passate in rassegna, la curiosità che mi ha colpito maggiormente è la lista dei lemmi entrati nell’edizione 2013 del dizionario Le Petit Robert 2013, di cui cito fra gli altri: “indignés” (indignados), “anosognosie” (anosognosia, il deficit di memoria diagnosticato recentemente a Jacques Chirac), “psychoter” (paranoico), “comater“ (essere in uno stato simile al coma), “agence de notation” (agenzia di rating), “dette souveraine” (debito sovrano), “cyberdépendance” (cyberdipendenza).

Questa lista purtroppo sembra riassumere fedelmente con parole chiave le vicende avvenute negli ultimi mesi. A questo punto non vedo l’ora di vedere la lista dei nuovi lemmi dell’edizione 2014, sperando lascino spazio a un po’ di ottimismo!