San Nicola: tradizioni di Slovacchia, Italia, Austria e Slovenia

Oggi è 6 dicembre, festa di San Nicola o, per gli slovacchi Mikuláš. L’anno scorso in questo blog ho parlato di alcune tradizioni slovacche legate a questa festività che inaugura il periodo natalizio. Quest’anno tenterò di aggiungere un altro tassello al puzzle, raccontando di altre tradizioni slovacche e italiane legate a questa festività.

In Slovacchia la sera del 6 dicembre, i ragazzi più grandi si travestono da angeli (di bianco) o da diavoli (di nero e con lunghe catene) e vanno di casa i casa a trovare i bambini, i quali, dopo aver recitato una preghiera ricevono in dono frutta secca e caramelle. Diversa è la sorte riservata ai bambini che si comportano male, che ricevono il carbone.

E’ curioso notare quanto questa tradizione ricordi quella legata ai Krampus, diffusa nella zona transfrontaliera che va dal Tarvisiano, alla Carinzia e alla Slovenia in occasione di San Nicolò.

Secondo la tradizione, la sera del 5 dicembre San Nicolò travestito da vescovo e in compagnia dei Krampus va a fare visita ai bambini. I Krampus (dal tedesco Kramp, ossia artiglio) sono creature spaventose che vivono nel bosco, riconoscibili per le lunghe corna, gli artigli, la lunga lingua rossa e le catene che avvolgono il loro corpo. I Krampus sono anche oggetto degli scherzi dei ragazzini, che li combattono con palle di neve e petardi, ricevendo in cambio dalle orribili creature sonore bastonate sulle gambe. 

Come succede in Slovacchia, la mattina del 6 dicembre i bambini trovano sul davanzale della finestra i regali lasciati da San Nicolò: frutta secca, carrube e un Krampus di pane dolce per chi si è comportato bene e  carbone per i più birichini.

Fonti:

http://www.krampus.it/I_krampus/Home.html

http://www.slovakcooking.com/2009/blog/mikulas/

http://www.girofvg.com/44706/i-krampus-e-san-nicolo-2.html

L’identità slovacca

La Slovacchia non è certamente il Paese più famoso del mondo. Quando mi capita di dire ad amici e conoscenti che vivo qui, mi capita spesso di sentire risposte quali: “Dove sei, a Lubiana?”, oppure “Ah, sì, in Cecoslovacchia”, o ancora “La capitale è Budapest, vero?”. Una persona era addirittura convinta che  la Slovacchia fosse una regione dell’Austria!

Nonostante la Slovacchia sia vicinissima al nostro Paese, possiamo usare come attenuanti di questa mancata conoscenza le sue piccole dimensioni (5 milioni di abitanti, quanto la Sicilia) e la sua giovane età (appena 20 anni).

Non sorprende quindi che che gli italiani (ma non solo loro) non sappiano in cosa consista la “slovacchità”. Ad esempio, non credo che esistano barzellette infarcite di stereotipi che cominciano con “c’erano un tedesco, uno slovacco e un italiano…”.

Quello che sorprende, però è che sembrerebbe che neanche gli slovacchi stessi sappiano quali elementi siano alla base della loro identità nazionale.

Guardiamo ad esempio questa vignetta realizzata dall’UE prima che la Slovacchia diventasse Stato Membro.

Ako Slovak?

Il titolo dice Il perfetto europeo dovrebbe essere… Seguono poi per ogni stato membro le caratteristiche ironicamente più salienti, come ad esempio: silenzioso come un italiano, simpatico come un tedesco, bravo a cucinare come un britannico, bravo a guidare come un francese, sobrio come un irlandese, e così via. Nella vignetta campeggia un punto interrogativo seguito da … come uno slovacco, come invito rivolto ai cittadini di inviare suggerimenti. Si tratta di una campagna finalizzata a costruire l’identità europea, ma getta luce sulla (mancata) identità slovacca.

In questi interessanti articoli apparsi in italiano su Buongiorno Slovacchia (prima parte e seconda parte) lo scrittore slovacco Pavel Vilikovský, attraverso un’attenta analisi storica, affronta la questione della “slovacchità”, ritenuta poco vivace, con la grande eccezione dei miti, tra i quali cita Cirillo e Metodio e Juraj Janušik, il Robin Hood slovacco: “il vuoto creato da una storia (…) rinnegata viene colmato dai miti, che essendo più vaghi e romantici sembrano, ad alcuni slovacchi, più idonei dei fatti per conquistare un riconoscimento generale”.

Il rapporto degli slovacchi con la storia appare ancora molto conflittuale, tanto che Vilikovský afferma che “dietro alla sensazione che il nostro passato – o anche il presente, a dire il vero – non sia sufficientemente glorioso, si cela sempre la solita, vecchia mancanza di autostima e fiducia in se stessi”.

Per me è arabo!

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Foto:ecletticabohemienne.blogspot.com

Perché in italiano per dire che non si caspisce qualcosa si usa l’espressione idiomatica “questo per me è arabo”? Alcuni potrebbero rispondere che il motivo è che la lingua araba è una lingua complicata. Non avendo mai studiato l’arabo, sono abbastanza d’accordo con questa affermazione, ma dall’altra parte penso anche che esistano altre lingue difficili, laddove la difficoltà non è un concetto assoluto, ma variabile a seconda delle lingue e delle culture.

La percezione della difficoltà di una lingua, infatti, varia moltissimo da una cultura all’altra. Guardiamo quali espressioni vengono utilzzate in altre lingue.

I francesi hanno un’espressione identica a quella italiana per dire che qualcosa è incomprensibile, ossia c’est de l’arabe, ma utilizzano anche versioni alternative, come c’est de l’hébreu (è ebraico) / c’est du chinois (è cinese) / c’est de l’iroquoisirochese). Per maggiori approfondimenti sulle origini e l’uso delle versioni francesi di questa espressione, consiglio questo meraviglioso sito.

Gli inglesi invece se la prendono con i greci e utilizzano l’espressione this is Greek to me.

Gli slovacchi, poi, associano l’incomprensibilità alla penisola iberica e utilizzano l’espressione to je španielska dedina (è un paesino spagnolo). Secondo l’autorevole testata slovacca Pravda l’origine dell’espressione risale al XVI secolo ed è dovuta al fatto che in alcune città spagnole ci sono stradine strette nelle quali è facile perdersi.

E’ la cultura che influenza la lingua o viceversa?

Fonte: ww2.raccontidifata.com

Fonte: ww2.raccontidifata.com

Recentemente ho preso parte ad un progetto di sottotitolaggio verso lo slovacco di un film d’animazione francese per bambini. Tra i protagonisti principali di questo film ci sono Monsieur le Soleil – il sole, raffigurato con i baffi e Mademoiselle la Lune – la luna, con una voce femminile, nel ruolo di amanti che si rincorrono costantemente. Nella cultura francese, così come in quella italiana, il sole è “uomo”, simbolo di forza ed energia, mentre la luna è “donna”, simbolo di sensualità ed eleganza.

Nella traduzione dei sottotitoli era fondamentale trasmettere il genere dei protagonisti, peccato che però in slovacco il sole sia slnko, di genere neutro, mentre la luna sia mesiac, di genere maschile. Una sfida di traduzione non indifferente!

Al di là della strategia traduttiva messa in campo in questo caso specifico, la cosa più interessante per me è che questo esempio è legato all’eterno e  affascinante dibattito sul rapporto fra lingua e cultura. Chi viene prima? Per i francesi e gli italiani il sole è percepito al maschile perché è grammaticalmente di genere maschile? Oppure è grammaticalmente di genere maschile in quanto percepito come “uomo”?

Ovviamente l’obiettivo di questo breve post non è di dare una risposta esaustiva a questa domanda, che ha fatto interrogare alcuni tra i più importanti linguisti (impossibile non nominare almeno l’ipotesi Sapir-Whorf), ma semplicemente  rilevare, se ce ne fosse ancora bisogno, quanto sia affascinante mettere a confronto lingue diverse per scoprire la ricchezza delle culture.

Limitandomi solamente all’osservazione del diverso genere dei sostantivi tra l’italiano e le lingue che conosco (ovviamente escluso l’inglese, i cui sostantivi inanimati non hanno genere), sono molti gli esempi di questo tipo che mi vengono in mente. Eccone alcuni:

  • It: il fiore, fr: la fleur (femminile)
  • It: il bambino / la bambina, sk: deťa (neutro)
  • It: la ragazza, sk: dievča (neutro)
  • It: la tigre, fr: le tigre (maschile)
  • It: il gatto, sk: mačka (femminile)
  • It: la casa, sk: dom (maschile)
  • It: il maiale, sk: prasa (femminile)
  • It: il lavoro, sk: praca / robota (femminile)
  • It: il mare, fr: la mer (femminile), sk: more (neutro)
  • It: il fiume, fr: la fleuve / la rivière (femminile), rieka (femminile)
  • It: la Terra, sk: Zem (maschile)
  • It: il governo, sk: vlada (femminile)
  • It: la neve, sk: sneh (maschile)
  • It: la bicicletta, fr: le vélo (maschile), sk: bycikel (maschile)
  • It: Italia (femminile), sk: Taliansko (neutro)
  • It: Roma (femminile), sk: Rím (maschile)
  • It: Parigi (femminile), fr: Paris (maschile)

E voi conoscete altri esempi interessanti?

40 parole intraducibili in inglese

Uno degli aspetti più interessanti dello studiare una lingua straniera è che tramite la conoscenza della lingua si ha accesso alla cultura che la parla. Ogni cultura modella la propria lingua sulla base delle sue necessità, per questo motivo mentre in italiano abbiamo una sola parola per dire “neve”, nella lingua degli eschimesi, la scelta si allarga ad una trentina di parole, a seconda che sia dura, morbida, soffice, ecc.

Per chi fosse interessato ad approfondire questo tema, consiglio vivamente la lettura di The Mother Tongue di Bill Bryson. Oggi però, vorrei consigliare la lettura di questi due interessanti post, ciascuno dei quali elenca 20 parole di varie lingue del mondo intraducibili in inglese (ce n’è anche una in italiano!).

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