Gli interpreti non sono riconosciuti, ma ridiamoci su

Una delle meravigliose vignette tratte da Mox's blog  http://mox.ingenierotraductor.com/2012/12/how-to-annoy-translatorinterpreter.html

Una delle meravigliose vignette tratte da Mox’s blog http://mox.ingenierotraductor.com/2012/12/how-to-annoy-translatorinterpreter.html

Nella classifica dei lavori più prestigiosi gli interpreti e i traduttori non occupano sicuramente i primi posti. Soprattutto in Italia ancora molta acqua dovrà passare sotto i ponti per arrivare ad un riconoscimento e ad una tutela della professione. E quando parlo di riconoscimento, ho in mente vari parametri: quello legale, quello fiscale e quello sociale. Nonostante la tragicità della situazione (soprattutto a livello di tassazione) credo non ci siano atteggiamenti più inutili di piangersi addosso, quindi cerchiamo di riderci su.

Oggi vorrei condividere alcune esperienze tragicomiche che mi sono capitate personalmente che dimostrano la scarsa consapevolezza che in generale regna sovrana nei confronti di questa professione.

Il primo episodio riguarda una riunione di un gruppo di lavoro a cui ho partecipato qualche anno fa in Germania. I partecipanti ai lavori, circa una ventina, provenivano da vari paesi europei e per permettere la comunicazione tra di loro era stato previsto un servizio di interpretazione simultanea. Durante questo incontro, come spesso succede, uno dei responsabili ha dimenticato di spegnere il cellulare (o quantomeno togliere la suoneria), dunque nel bel mezzo di lavori si è sentito uno squillo. A quel punto, per non disturbare i partecipanti e far proseguire la discussione in corso, il responsabile ha risposto al telefono e si è immediatamente alzato per lasciare la stanza. Peccato che però abbia deciso di andare a rifugiarsi proprio nella cabina di interpretazione, dove la povera collega ha continuato la sua simultanea senza scomporsi.

Il secondo episodio che vi vorrei raccontare si è svolto in un contesto molto più formale del precedente. Immaginate un teatro gremito di spettatori durante la cerimonia di premiazione di un importante premio internazionale. Essendo lo scrittore premiato straniero, durante il discorso di accettazione si stava esprimendo in inglese ed un interprete stava traducendo il suo discorso in italiano in consecutiva. Proprio in quel momento, mentre l’oratore con in mano il premio (una targa incisa) parlava e l’interprete era intento a prendere appunti, è arrivata un’hostess che ha pensato bene di andare dall’interprete e, come si è capito poco dopo, chiedergli di riferire allo scrittore di sollevare la targa e mostrarla alle telecamere. A causa dell’interruzione l’interprete ha perso parte del discorso dello scrittore, ma ha continuato il suo lavoro come se niente fosse.

Il terzo episodio mi è capitato personalmente durante un servizio di interpretazione simultanea nella cabina di francese. Mi trovavo ad un dibattito con principalmente partecipanti di lingua italiana e qualche oratore francofono. Durante la prima parte del dibattito avevano preso la parola solamente partecipanti di lingua italiana, dunque di fatto nessuno si era preoccupato di prendere le cuffie tranne i pochi partecipanti francofoni che seguivano i lavori attraverso la nostra traduzione italiano-francese. All’improvviso ha preso la parola un oratore francese. A quel punto i partecipanti italiani si sono resi conto di non avere le cuffie e hanno cominciato a guardarsi intorno. E a quel punto la svolta: una partecipante italiana che parlava francese ha preso la parola dicendo che non era necessario prendere le cuffie perché avrebbe tradotto lei il contenuto dell’intervento, magari riassumendolo un po’. Noi dunque siamo rimaste in cabina a tradurre per l’aere, sentendoci come dei pesci in un acquario, mentre l’aspirante collega si dilettava a tradurre in sala. Dopo qualche minuto di simil-interpretazione consecutiva, i partecipanti hanno iniziato a piccoli gruppi e con molta discrezione ad avviarsi in direzione delle cuffie e l’incontro è proseguito normalmente.

Avete assistito anche voi a scene simili? Se sì, come ha reagito l’interprete?

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17 novembre 1989: la Rivoluzione di Velluto

Ieri in Slovacchia è stato commemorato l’anniversario della Rivoluzione di Velluto (in Slovacco nežná revolúcia, ossia “rivoluzione gentile”). Il 17 novembre 1989 migliaia di studenti si radunarono pacificamente in piazza Slovenské Národné Povstanie a Bratislava per protestare contro la tirannia del regime comunista. L’ondata di protesta si propagò subito anche a Praga e crebbe rapidamente di intensità fino al crollo del regime sovietico e alla nomina, Il 29 dicembre 1989, di Václav Havel come presidente della Cecoslovacchia fino alle prime elezioni democratiche del 1990.

Il 17 novembre è una data importante nella storia della Slovacchia, ancora viva nelle menti di chi 24 anni fa c’era. Lo scorso anno Pravda, uno dei quotidiani più importanti del Paese, ha scelto di ricordare l’evento riportando le testimonianze di chi, durante la Rivoluzione, era ancora un bambino. Riporto qui un piccolo brano di una delle testimonianze pubblicate in quella occasione.

Braňo, che durante la Rivoluzione di Velluto aveva 7 anni, capì ciò che stava succedendo quando in televisione iniziarono ad essere trasmesse immagini interessanti per gli adulti. “In televisione era un alternarsi di notizie e di persone vestite di grigio, una noia mortale per noi bambini. All’improvviso la mamma ci disse di andare a guardare la televisione perché c’era una cosa che dovevamo assolutamente vedere” ricorda oggi il grafico trentenne. I primi incontri li guardarono alla televisione. La mamma aveva paura di uscire di casa da sola con tre bambini. Poi fece indossare ai bambini abiti pesanti e disse loro che avrebbero assistito ad un evento importantissimo. Mentre si facevano largo tra la folla immensa per arrivare ad almeno 30-40 metri dal podio, Braňo sentì una voce familiare: stava parlando Milan Kňažko (ndt: uno degli organizzatori della protesta). “Gli oratori si alternavano, ma avevo l’impressione che dicessero tutti la stessa cosa. E probabilmente era proprio così. Ma quando la folla cominciò a far tintinnare le chiavi, avvertii quel rumore in tutto il mio corpo. Come se tutto quello sbattere di chiavi della folla fosse dentro di me. E’ stata una sensazione fortissima, vivissima ancora oggi nei miei ricordi”.

“Tredici passi verso il lavoro del traduttore” di Luca Lovisolo

Qualche tempo fa ho scoperto l’interessante blog Kommunika curato dal traduttore italiano Luca Lovisolo, attivo nella Svizzera italiana. Si tratta di un blog molto interessante, che viene regolarmente arricchito di contributi sottoforma di articoli e video relativi a vari aspetti del lavoro del traduttore: dal marketing, alle tariffe, alla qualità. 

Incuriosita dal blog, ho deciso di legger il libro firmato dallo stesso autore “Tredici passi verso il lavoro del traduttore. Diventare traduttore freelance in Italia e nella Svizzera italiana“. Si tratta di un manuale dal taglio estremamente pratico che, come suggerisce il titolo, si concentra su come muovere i primi passi nel mondo della traduzione: dall’acquisizione delle competenze linguistiche, ai rapporti coi clienti.

A mio avviso è un libro che dovrebbe essere letto da tutti coloro i quali hanno intenzione di affacciarsi sul mondo della traduzione, poiché offre informazioni utili su quelle che, secondo l’autore, sono le competenze realmente spendibili sul mercato, informazioni che sarebbe bene acquisire preventivamente per evitare di investire tempo e denaro in titoli di studio o percorsi professionali che poi difficilmente daranno accesso allo sbocco desiderato.

Personalmente ho trovato molto interessante la sezione dedicata al marketing, che distingue in maniera netta l’approccio che il traduttore dovrebbe adottare con le agenzie da quello da impiegare con i clienti diretti. Entrambi i capitoli sono ricchi di consigli pratici: dall’impostazione del curriculum vitae per le agenzie ai vari metodi per entrare in contatto con i clienti diretti.

Inoltre, ho trovato interessante la sezione dedicata alla responsabilità civile del traduttore, generosa di consigli per evitare di mettersi nei guai 🙂

Interpretazione in lingua dei segni in chiesa

Spesso gli italiani, quando si confrontano con persone provenienti da altri paesi, amano lamentarsi e piangersi addosso. Non so voi, ma io ho perso il conto delle volte in cui, quando si parla di un problema di inefficienza, burocrazia lenta o inciviltà, ho sentito la frase “Cosa ti aspetti? Ricordati che qui siamo in Italia!”. In genere non amo queste generalizzazioni perché penso che il nostro paese sia ricchissimo di risorse e che ovunque ci siano servizi che funzionano e persone dedite al prorio lavoro, sia servizi scadenti e impiegati pigri.

Detta questa premessa però, devo dire che alcune cose che ho visto negli Stati Uniti mi hanno fatto pensare con amarezza che la loro esportazione in Italia richiederà molto più tempo rispetto a quella dell’ultimo modello di I-Phone.

Restringendo il campo al mondo della traduzione, ad esempio, sono stata piacevolmente sorpresa dalla presenza di un servizio di interpretazione in lingua dei segni durante una funzione religiosa in una chiesa di Harlem a New York. Durante la funzione si sono avvicendati ben 4 interpreti che hanno interpretato l’intera celebrazione, inclusi i canti.

A qualcuno di voi è mai capitato di vedere offrire lo stesso servizio in Italia? Sarei felicissima di essere smentita 🙂