“In a world”: una sfida di traduzione

Sono appena tornata da un viaggio di 2 settimane negli Stati Uniti carica carica di energia ed idee per i prossimi post. Il primo riguarda In a world, un film di Lake Bell che ho visto al cinema, uscito negli Stati Uniti questa estate e in Italia (forse) chissà quando.

La protagonista del film è una doppiatrice e formatrice specializzata negli accenti dell’inglese che presta la sua voce per realizzare pubblicità e trailer di film e che, per una serie di eventi, si trova a dover concorrere per ottenere un incarico molto prestigioso con due voci leggendarie nel mondo del doppiaggio, una delle quali appartenente a suo padre.

Il film è davvero esilarante, ma quello che più ha suscitato il mio interesse è stato pensare a come potrebbe essere tradotto il film in italiano, visto che in molte scene del film l’umorismo è legato all’utilizzo degli accenti in inglese.

Il problema è facilmente superabile quando in inglese viene usato un accento straniero: ad esempio c’è una scena in cui la protagonista parla inglese con un forte accento russo. In quel caso molto probabilmente il doppiatore italiano userà un accento riconoscibilmente russo in italiano. Il problema sorge nel momento in cui nella versione originale vengono utilizzati accenti e varietà native dell’inglese (irlandese, inglese o di determinate zone degli Stati Uniti). Come possono essere tradotte queste varietà in italiano?

Quella della trasposizione di accenti nativi in altre lingue è una questione che si è posta per molti film in passato e che è stato affrontata in vari modi. Prendiamo due esempi celebri: Bienvenue chez les Ch’tis e i Simpson.

Nel caso del primo film, nella versione italiana Giù al nord è stato scelto di inventare ad hoc una variante della lingua italiana che, pur essendo del tutto artificiale, ha permesso di conservare l’effetto comico.

Nel caso dei Simpson, invece, i personaggi che nella versione originale sono denotati da un accento particolare della lingua inglese, acquisiscono nella versione italiana un accento italiano davvero esistente. Questo è ad esempio il caso del commissario Clancy Wiggum (in italiano il commissario Winchester) la cui voce in inglese è ispirata a quella dell’attore Edward G. Robinson, mentre in italiano è marcata da uno spiccato accento napoletano.

Sarà molto interessante vedere quale scelta sarà adottata per l’eventuale versione italiana di In a world e se sarà possibile raggiungere un compromesso nell’eterno conflitto tra fedeltà e comicità.

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La top 10 degli interpreti nei film

La professione dell’interprete non è certamente la più popolare del mondo, ma si è guadagnata maggiore visibilità, tra gli altri fattori, anche grazie ad alcuni film in cui interpreti compaiono tra i protagonisti. Ecco un interessante articolo su 10 film in cui compaiono interpreti in ruoli più o meno importanti. Ovviamente i film da citare sarebbero molti di più, ma questi 10 sono a mio parere degni di nota.

Dimmi la lingua che scegli e ti dirò chi sei

Per tutti gli amanti dei podcast, vi segnalo l’episodio del 26 settembre scorso di PRI’s The World in Words dal titolo “Sometimes it’s not what you say or how you say it… it’s the language you pick“. Il programma si concentra sulle conseguenze derivanti dalla scelta di alcuni diplomatici di non usare la propria lingua in ambito istituzionale, ma di usare l’inglese, come ha fatto il Presidente della Turchia Abdullah Gul durante l’ultima Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

PRI's The World in Words_2013_09_26

Se tale scelta può essere vista come un tentativo di andare incontro ai propri interlocutori, si dice nel programma, dall’altra parte può avere conseguenze negative, a cominciare da problemi di comprensione, se non si conosce la lingua straniera ad un livello adeguato. Parlare la propria lingua, invece, dà la possibilità di esprimersi con maggiore libertà, conferisce maggior potere e prestigio alla propria lingua e, cosa molto utile in ambito diplomatico, permette (ahimé per noi) di scaricare la responsabilità di eventuali fraintesi sull’interprete 😉

Questo dovrebbe essere tenuto bene a mente dai diplomatici italiani, che in alcune occasioni non esitano a rinunciare alla possibilità di usare la propria lingua, credendo di poter fare tranquillamente a meno degli interpreti.

“Thoughts on translation” di Corinne McKay

Ho da poco finito di leggere  “Thoughts on translation” della traduttrice americana Corinne McKay, nonché autrice dell’omonimo e popolare blog.

Il libro è un manuale pensato per tutti i traduttori, dai principianti ai più navigati, ed ha a mio parere il grande merito di avere un taglio molto pratico, nei contenuti, nello stile e nel formato: è costituito infatti da una serie di brevi paragrafi (massimo due pagine) che non sono altro che post pubblicati dall’autrice sul suo blog tra il 2008 e il 2012, ordinati per argomento e riuniti in 9 capitoli indipendenti tra loro: ognuno può cominciare dal capitolo che reputa più interessante.

I temi affrontati spaziano dai primi passi nel mondo della traduzione alle questioni economiche, passando per il marketing, i rapporti con i clienti e le tecnologie impiegate nella traduzione. Essendo l’autrice americana, il mercato preso in considerazione è essenzialmente quello americano, ma è possibile adattare le informazioni contenute nel testo alla propria realtà locale. 

Anche se l’autrice analizza principalmente tematiche relative al lavoro dei traduttori, gli spunti interessanti anche per gli interpreti non mancano. Personalmente ho trovato particolarmente interessanti i capitoli sulle relazioni coi clienti e sul marketing, ricchi di consigli utili per comunicare la propria professionalità nel modo più appropriato e per evitare o, imparare a gestore situazioni spiacevoli.