L’importanza dell’apertura alle differenze culturali (ma fino a un certo punto)

Quando si vive all’estero, una delle cose più interessanti è scoprire le differenze tra la propria cultura e quella del paese che ti ospita. Da quando sono in Slovacchia ne ho già individuate parecchie.

Ne cito alcune delle più curiose: nei bagni pubblici di solito non c’è la chiave; negli autobus c’è sempre un secchio pieno di acqua ed una mazza per lavare il pavimento; quando si entra in casa bisogna togliersi le scarpe; quando si conosce una persona nuova spesso al momento della presentazione ci si danno due baci sulle guance, mentre invece in Italia lo si fa per salutare persone con cui si ha un rapporto abbastanza stretto; nelle scuole per gli studenti è obbligatorio camminare in ciabatte; tutti hanno un diminutivo (Katarina diventa Katka, Zuzana diventa Zuzka, Robert diventa Robko e così via); i parchi giochi per bambini sono costruiti sul cemento e non sull’erba.

Fin qui tutto bene, non ho dovuto fare appello a una particolare apertura mentale per accettare le differenze. Però, c’è un settore nel quale è un po’ più difficile per me essere aperta. Ovviamente parlo del cibo, il tasto dolente degli italiani all’estero. Intendiamoci: i piatti della cucina slovacca sono molto buoni. Tra i più tradizionali (e qui restringo la lista solo a quelli vegetariani per mia facilità) ad esempio ci sono: bryndzové halušky (gnocchetti fatti con acqua, patate e farina conditi da bryndza, un formaggio di capra), vyprážaný syr (formaggio impanato e fritto) zemiakové placky (frittatelline di patate), bryndzové pirohy (ravioli fatti con lo stesso impasto degli halušky conditi con la bryndza), palacinky (simili alle crèpes).

Il problema però sorge nel momento in cui vengono riproposti piatti della tradizione italiana in chiave slovacca. Innanzitutto, per mio sommo dispiacere, la famigerata pizza Hawai (con l’ananas) è una costante nei menu delle pizzerie. Ma il colmo per me è stato vedere l’interpretazione slovacca degli spaghetti col sugo laddove la salsa di pomodoro è stata sostituita col ketchup 😦

Sono un’italiana intollerante o è un oltraggio alla nostra cucina?

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2 pensieri su “L’importanza dell’apertura alle differenze culturali (ma fino a un certo punto)

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